L'ARCIERE NEL TEMPO

Note sullo sviluppo dell'arcieria nella storia dell'uomo
Dal paleolitico all'età del rame

Questo articolo, nato in origine come raccolta di note ad uso interno del gruppo storico San Galgano, fornisce alcune note sullo sviluppo dell'arcieria nella preistoria e nella storia

PALEOLITICO

Verso la fine del paleolitico superiore si manifesta un innovamento nelle tecniche di caccia determinato dalla comparsa di piccole punte di selce (roccia sedimentaria silicea a grana fine, costituita generalmente da quarzo monocristallino, ma talvolta anche di calcedonio od opale; per la loro durezza le selci hanno trovato impiego fin dalla preistoria, per armi o strumenti da lavoro) a volte di forma geometrica destinate ad armare aste da scagliarsi quasi certamente dall’arco.

Con la comparsa dell’arco si ha un notevole incremento nella nutrizione umana a discapito dei pennuti.

Grandi animali ( cervo, capriolo, pecora, bue selvatico ecc.) possono essere agevolmente cacciati con l’arco da uno o più cacciatori, riteniamo però inadatto l’uso di quest’arma ad animali come il cinghiale il quale per la sua grandissima vitalità e anche per il notevole spessore della pelle l’uso delle frecce risulta inefficace se rapportato alla zagaglia ( arma da getto molto affilata, simile ad un giavellotto, con punta in legno, osso, avorio oppure più frequentemente in selce, scagliata tramite un apposito propulsore che ne moltiplicava la spinta) .

MESOLITICO

Tra il 9000 e l’8000 A.C. in corrispondenza di un brusco raffreddamento del clima l’adozione dell’arco appare ovunque in Europa, gli strumenti litici ( di pietra ) sono caratterizzati da cuspidi di frecce di vario tipo.

In Danimarca a Holmegaard sono stati scoperti due archi in legno di olmo di uguale forma e lunghezza ( cm. 150-160 ) con impugnatura modellata, la datazione è del 6500-6000 A.C. .

Altri archi mesolirici sono realizzati in olmo, frassino o piante resinose, generalmente hanno forma regolare a curvatura asmplice, uno di essi ,ritrovato a Wis. ex URSS, presenta una forma viflessa a tre curvature. A Holmegaard assieme agli archi sono stati rinvenuti alcuni frammenti di frecce i quali misuravano .26,8 - 28 - 29 centimetri per un diametro di circa cm.1 . La lunghezza totale delle frecce doveva aggirarsi sui 90 centimetri ed erano ricavate dal legno di pini a crescita lenta, le aste accuratamente levigate, erano fornite di penne la base incisa per ospitare la corda dell’arco ( cocca ). L’estremità appuntita era armata di microliti silicei ( piccole punte di selce) incastrati in una scanalatura e fissati da un catrame naturale ottenuto dal riscaldamento della corteccia di betulla; esistevano anche frecce a punta smussata in legno simili a quelle che fino a non molto tempo fa utilizzavano i popoli della Siberia per la caccia dei volatili e di piccoli animali di cui non si voleva danneggiare la pelliccia.

LE TRACCE PIÚ ANTICHE DELL' USO DELL' ARCO NEL MODENESE

Della cultura mesolitica finora nel modenese non sono state rinvenute tracce sicure. Nel territorio reggiano invece sono stati rinvenuti microliti in alta quota ( nelle vicinanze del monte Cusna ) che testimoniano una frequentazione del crinale appenninico di queste genti. Le più antiche tracce dell’arco nella provincia di Modena compaiono nel neolitico con la cultura di Fiorano attorno al V° millennio A.C. . Le punte di freccia sono ricavate da lame di selce spezzate in forma di rombi molto simili ai microliti mesolitici. Dai resti ossei rinvenuti nei villaggi è possibile stabilire le specie di animali cacciati. Sono presenti : la lepre, il topo, il castoro, lo scoiattolo, il cinghiale, il cervo, la pecora selvatica, il bue selvatico e vari tipi di uccelli.

Verso la metà del IV° millennio A.C. fa la sua comparsa nel modenese il neolitico medio con la cultura dei vasi a bocca quadrata, questa gente proveniva dall’area ungherese e rumena. In questo periodo le punte di freccia si evolvono in forme più efficaci, spesso in forma triangolare.

Frequentemente sono ricavate da una scheggia di selce predeterminata rifinita con ritocco marginale su di una sola faccia. Dal ritrovamento di una freccia di questo periodo ( ritrovata a Fimon Molino Casarotto Vicenza ) possiamo vedere come tramite mastice e legatura le punte di selce fossero fissate alle aste. Con la cultura del Pescale ( neolitico medio e superiore ) a Modena fa la comparsa la tipica punta provvista di peduncolo e alette. La lavorazione tipica è quella del bifacciale dove il colore della selce ( più spesso il diaspro ) riveste una certa importanza, spesso le punte erano ricavate da pietre con tonalità che vanno dal giallo al rosso o marrone. E’ probabile che l’uso dell’arco come arma da guerra sia ascrivibile a questa cultura.

L' ETÁ DEL RAME

In un arco di tempo compreso fra la seconda metà del III° e i primi secoli del II° millennio A.C. si diffusero anche a Modena genti provenienti forse dall’Europa centrorientale i quali per primi utilizzarono il rame. Queste genti erano guidate da una nobiltà guerriera. L’arco doveva essere una delle armi più importanti considerando che, spesso, le sepolture sia maschili che femminili erano caratterizzate dalla presenza di sei cuspidi. La tecnologia costruttiva raggiunge un livello eccezionale : le punte in selce sono di una precisione sorprendente e costruite in serie forse da artigiani specializzati. Le dimensioni delle punte variano dai 50 ai 80 millimetri quindi adatte ad essere usate con archi potenti.

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